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Tartaro

Il tartaro ed i suoi effetti dannosi sulle gengive sono conosciuti da secoli, ma ancora oggi è purtroppo il peggiore nemico della salute orale. Incredibilmente si riscontra ancora in alcune persone un timore diffuso all'acconsentire alla sua rimozione da parte degli operatori professionali. E quanti riconoscono nel tartaro una condizione predisponente all'alitosi, causa di disagio sociale? Thomas Berdmore, dentista di Giorgio III, descrive un brutto caso nel suo libro “Disorders and Deformities of the Teeth” del 1769: “...Un gentiluomo di non più di ventitre anni, si è rivolto a me per un consiglio sui suoi denti…..che gli davano un dolore costante. Li ho trovati letteralmente sepolti nel tartaro, che li aveva collegati tutti come un unico pezzo, senza che si potessero distinguere gli interstizi dei denti o la loro forma o misura. L’ incrostazione, dura come la pietra, si era sviluppata sulla parte interna ed esterna delle gengive, e premeva talmente da provocare il dolore lamentato. Lo spessore della superficie superiore non era meno di mezzo pollice...”. Abulcasis (1050-1122), un medico arabo, illustra e descrive dei raschietti dentali per la prima volta nel “De Chirurgia”, un’opera che è rimasta per secoli un testo esemplare di chirurgia. Vi descrive quattordici raschietti e come usarli: “Talora sulla superficie dei denti, internamente ed esternamente, si depositano brutte placche dure, nere, verdi e gialle; questa alterazione passa alle gengive, e i denti in poco tempo rimangono scoperti. Distendete la testa del paziente sulle ginocchia e raschiate i denti e i molari…”

   

 
 
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Ma cos'è il tartaro? Il tartaro può essere definito come un insieme di depositi minerali fortemente adesi ai denti e colonizzati da batteri.
Si possono distinguere due tipi di depositi, quelli che si trovano sulla superficie esterna dei denti e quelli che albergano all'interno della gengiva e delle tasche parodontali.
Il colore può variare dal giallo-biancastro delle concrezioni calcaree localizzate lungo il margine gengivale, al marrone scuro dovuto alla colorazione secondaria ad opera di tabacco e pigmenti derivati dal cibo, fino al nero del tartaro sottogengivale che aderisce più tenacemente alla superficie del dente. Quest'ultimo colore dipende dall'ossidazione del ferro di cui è ricca l'emoglobina del sangue che quotidianamente asperge e si trattiene su tali depositi a causa della gengivite che li accompagna.

 

diffusi depositi di tartaroIn caso di parodontopatia con tasche è spesso presente tartaro sottogengivale la cui  asportazione è necessaria per arrestare la malattia infiammatoria che porta alla distruzione dell'osso che sostiene le radici dentali. Può avvenire senza incisione chirurgica della gengiva, oppure con incisione chirurgica e messa a nudo delle radici per una maggiore visibilità dei danni occorsi.

Di cosa è composto? Il tartaro è composto per il 70-80% da sali inorganici, di cui il 40% circa è calcio, il 20% fosforo ed il resto è dato da sodio, manganese, carbonato e fluoruro.

Come si forma? Quando i residui di cibo non vengono completamente rimossi nel corso dell'igiene domiciliare, una grande quantità di batteri vi si localizza intorno dando luogo così alla formazione della "placca"; la placca costituirà poi la matrice per la successiva organizzazione del deposito, che avverrà per precipitazione di sali minerali contenuti nella saliva. Il ph di questa (ovvero il grado di acidità o basicità), può condizionare la quantità, la velocità di formazione del precipitato e la sua composizione e, pur dipendendo dal metabolismo generale, è particolarmente conseguente al tipo di alimentazione.

In quanto tempo si forma? In alcuni individui sono sufficienti 15 giorni per formare un tartaro ben calcificato, mentre per le prime concrezioni immature bastano pochi giorni.

Quali effetti comporta? Gli effetti negativi del tartaro sui tessuti di sostegno sono indiretti e consistono nella colonizzazione batterica della sua superficie ruvida, come risulta da studi clinici che prevedevano l'inserimento di tartaro sterilizzato nel tessuto connettivo. Sarebbe quindi questo meccanismo di adesione della placca ai depositi calcificati, oltre alla difficoltà di detersione nelle zone in cui è presente il tartaro, a giustificare l'infiammazione locale che si riscontra sempre in questi casi.

Come ci si difende dal tartaro? La difesa migliore consiste nella prevenzione: occorre evitare che il tartaro si formi rimuovendo  con regolari manovre d'igiene orale i residui di cibo che si depositano sui denti dopo ogni pasto. Le zone della bocca in cui è più facile constatare la presenza del tartaro sono quelle in corrispondenza dello sbocco delle ghiandole salivari e si trovano sulla superficie vestibolare dei molari superiori (ghiandola parotide) e sulla superficie linguale degli incisivi inferiori (ghiandole sottolinguale e sottomandibolare), perciò attenzione alla pulizia di queste zone!

 

Ogni quanto ci si deve sottoporre a detartrasi? Nonostante una buona diligenza nelle manovre d'igiene domiciliare esistono vari fattori che obbligano a sottoporsi  a regolari  sedute  di detartrasi la cui periodicità sarà prescritta e adeguata dal curante individualmente. 

Una disposizione dei denti ordinata  facilita l'igiene permettendo l'accesso allo spazzolino sulla maggior parte delle loro superfici mentre l'affollamento costituisce un evidente ostacolo alla detersione: se non si vuole correggere questo difetto occorre aumentare la frequenza delle sedute di detartrasi. In casi di parodontopatia avanzata, per  il minor potenziale di resistenza dei tessuti di sostegno dei denti e del manicotto gengivale che li circonda, s'impone un maggior controllo  con frequenza di pulizia professionale in studio anche mensile. La maggior velocità di deposizione sarà un altro fattore che consiglierà una maggiore assiduità.

 

Chi è abilitato a rimuovere il tartaro? Il tartaro può essere rimosso solamente dagli operatori professionali dentali, Odontoiatri e Igienisti dentali diplomati,  con apparecchi ad ultrasuoni o manualmente. L'intervento prende il nome di ablazione del tartaro o detartrasi.

L'una o l'altra procedura possono essere eseguite sulla base di una preferenza dei pazienti, ma in linea di massima gli ultrasuoni sono così efficaci nello sgretolamento dei depositi molto voluminosi o nel distacco di quelli particolarmente duri e adesi da risultare una  procedura talora irrinunciabile. Un loro uso accorto e rigorosamente professionale permette di considerarli del tutto innocui per la struttura del dente. La maggiore sensibilità trasmessa dallo strumento manuale alle dita dell'operatore fa sì che in siti particolarmente delicati sia questa la tecnica più indicata.

 

Perché i denti sono più sensibili e talora più mobili dopo la rimozione del tartaro? Il tartaro costituisce, come abbiamo visto, il più importante fattore di distruzione dell'osso di sostegno dei denti, e quando non viene rimosso regolarmente continua a progredire nella sua deposizione denudando le radici, che non posseggono una struttura atta alla protezione verso gli stimoli termici che agiscono nell'ambiente orale. La conseguente riduzione della stabilità dei denti e la loro maggiore sensibilità al freddo e al caldo vengono paradossalmente mascherate dall'isolamento termico e dall' "abbraccio" meccanico determinato dal blocco minerale. Ovviamente la sua rimozione evidenzierà in pieno questa condizione sorprendendo talora i pazienti poco informati con l'esplosione della sintomatologia.

 

Come si pone rimedio alla mobilità e alla sensibilità post-ablativa? Il rimedio più semplice per la mobilità dei denti con ridotto supporto osseo consiste nella loro solidarizzazione (splintaggio). Può essere attuata facilmente con tecniche adesive non invasive ed estetiche, con fibre di vetro inglobate in una matrice di resina.

L'aumento di sensibilità al caldo e al freddo provocato dall'esposizione delle radici spesso cessa spontaneamente dopo poche settimane. Nei casi più resistenti ci avvaliamo di prodotti specifici sotto forma di gel o dentifrici.

 

tartaro sopra e sottogengivale riassorbimento osseo in presenza di tartaro sottogengivale

Queste immagini mostrano la presenza di tartaro sopra e sottogengivale con periodontite acuta (piorrea) e riassorbimento accentuato dell'osso di sostegno dei denti incisivi inferiori.

 


 

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E' quasi sempre una gengivite trascurata all'origine delle gravi forme di piorrea .....>>

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